PASSIAMO DALL’IDEA ALL’IDEALE?
Invertising un nuovo modo di comunicare
di Clara Carboncich*
Due sabati per cambiare atteggiamento sulla comunicazione? Si può! È quello che è successo a
Pordenone grazie al tempo che Paolo Iabichino ha dedicato a FAB, il
progetto avviato da Itaca in giugno in occasione dei suoi vent’anni.
Figura carismatica, con una ventennale esperienza nel mondo pubblicitario, Paolo ci ha
raccontato di essere passato dall’advertising tradizionale alla comunicazione
relazionale per un’esigenza di dialogo e di rinnovamento del messaggio.
Le parole chiave che identificano oggi il suo lavoro e quello del suo team sono:
idee, contenuti, autenticità e impatto sulla collettività. Una campagna
pubblicitaria per avere successo deve tenere conto del cambiamento dei tempi e in
particolare deve informare in maniera onesta e saper conversare con l’interlocutore destando
il suo interesse con “verità, rispetto, intrattenimento, naturalezza, suono e ritmo e
originalità”.
Negli ultimi anni la pubblicità ha perso ascendente, risulta molte volte ripetitiva,
interrompe e invade il nostro spazio. Ci annoiano i luoghi comuni, diffidiamo delle promesse
pubblicitarie sempre uguali, dimentichiamo facilmente le immagini scontate proposte dai
media tradizionali come la televisione.
Forse, sull’onda della tecnologia diffusa, noi, consumatori post-moderni, crediamo di essere
attratti da un marketing non convenzionale, fatto di proposte alternative, che stupiscono
per l’originalità e a volte il forte impatto visivo ed emotivo come i video virali,
guerrilla marketing, ecc. In realtà la nostra soglia di attenzione si abbassa di molto se
veniamo stimolati in continuazione anche da queste nuove forme di comunicazione. Paolo ci ha
dimostrato con esempi pratici come le persone, e dunque non i “consumatori”, rimangono
attaccate a una marca se possono farne attivamente parte condividendone i contenuti,
entrando in una storia, dialogando.
Ciò che mi ha colpito nelle lezioni di Paolo è sicuramente il suo agire per
ingenerare comportamenti nuovi, una sorta di tentativo di cambiare le cose, di
educare le persone attraverso la pubblicità, una pubblicità che dovrebbe avere il coraggio
di veicolare messaggi anche indipendenti dal brand. C’è un assoluto bisogno di
credibilità e per questo qualsiasi messaggio andrebbe costruito attorno
alla persona: come farlo in questo panorama nuovo dove internet sta diventando lo spazio
comunicativo per eccellenza?
Partendo appunto dall’idea per arrivare all’ideale, decidendo di far diventare rilevante
quello che siamo: il linguaggio poi verrà scelto in base al mezzo utilizzato. Iabichino
riconosce che per fare questo serve una buona dose di generosità e per la marca ciò non
significa rinunciare al profitto desiderato, ma credere nei valori e nei contenuti per
raggiungere un risultato che nel lungo periodo potrà consolidare la sua reputazione. Paolo
afferma, infatti, che “la reputazione ha l’agire dentro il nome” e che “è moneta
sonante”: le imprese che in questo momento considerano le persone come risorse
e sono capaci di intercettare le tensioni sociali e culturali esistenti, riusciranno
vincenti in tema di credibilità e faranno scegliere con più facilità il proprio messaggio da
chi cerca fiducia, partecipazione, educazione, intrattenimento e, perché no, un po’ di sano
protagonismo.
Nelle due giornate formative in FAB abbiamo imparato ad applicare i concetti e le definizioni
di un nuovo modo di fare pubblicità, concretizzando con esercitazioni pratiche e
progettazioni teoriche nuovi progetti comunicativi per il generatore d’impresa di Itaca.
Ci ha fatto cambiare punto di vista, uscire dalle logiche tradizionali della “vendita” per
spronarci a costruire esperienze, promuovendo una continua interazione tra il produttore (di
beni o servizi) e il consumatore. Ci ha suggerito di prendere posizione per
posizionarci: il nostro grande valore è soprattutto ciò che sappiamo
fare e non solo quello che sappiamo dire di noi.
Una nuova visione è dunque possibile e la promozione di un nuovo
atteggiamento auspicabile! Come presidente di un’associazione culturale – Il
Caseificio di Spilimbergo - e operatore della comunicazione, trovo sia fondamentale
“costruire esperienze” trasformando le idee in contenuti, perché credo che, se riuscissimo a
comunicare con “verità” ciò che realmente siamo, potremmo potenziare e favorire il dialogo
tra le persone sfruttando al meglio le possibilità interattive del Web 2.0 e dei media
tradizionali.
FAB e noi tutti ci siamo davvero caricati di nuove energie per continuare con
entusiasmo il percorso intrapreso!
*Presidente Il Caseificio
http://www.ilcaseificio.net/
PAOLO IABICHINO FA INVERTISING - La scheda
“Invertising: è un nuovo filone della pubblicità che punta a valorizzare il dialogo con i
potenziali consumatori, spesso attraverso il web, e la promozione di messaggi autentici”.
Parola di Enciclopedia Treccani, che ha inserito il termine tra i neologismi poco più di un
mese fa. Di interazione e condivisione tra brand e persone, si è parlato per due sabati
consecutivi a Pordenone nella sede della Cooperativa sociale Itaca (24 novembre) e nella
sede di FAB il generatore d’impresa di Itaca (1° dicembre), all’interno di due speciali
giornate di formazione con Paolo Iabichino, pubblicitario, autore proprio di “Invertising”,
un saggio edito da Guerini & Associati che analizza le trasformazioni in atto nel mondo
dell’advertising. Il saggio è giunto alla terza ristampa, è adottato da numerose facoltà
universitarie ed è oggetto di diverse tesi di laurea.
Nato nel 1969, Paolo Iabichino è in pubblicità dal 1990. È Executive Creative Director di
OgilvyOne e OgilvyAction Italia, le agenzie del Gruppo Ogilvy specializzate nel digital e
one-to-one marketing, e nel consumer & trade activation. Gestisce campagne e strategie di
comunicazione per importanti brand italiani e internazionali ed è convinto che la pubblicità
non abbia più bisogno di un target, ma di un interlocutore con il quale marche e prodotti
devono mettersi in relazione, superando la logica del bisogno per sposare l’etica del
servizio.
Il tema invertising è stato per 2 anni un corso di pubblicità presso l’Istituto Europeo di
Design di Milano (IED) per formare art director e copywriter nel passaggio
“dall’advertising all’invertising”, e dal 2010 è diventato un blog di Wired.it.
Due volte giurato al Festival di Cannes, membro dell’Art Directors Club Italiano, Paolo
Iabichino fa inoltre parte del Comitato Scientifico dell’Osservatorio Storytelling
dell’Università di Pavia. (fdp)
FAB! Un esempio di empowerment sociale
Facilitare l’accesso alle professionalità e al lavoro, alle risorse economiche e
finanziarie, all’informazione, alla partecipazione attiva nella società, alla cultura, …
in altre parole empowerment sociale.
Abbiamo celebrato il traguardo dei nostri primi vent’anni di viaggio, attivando FAB!
un incubatore di idee finalizzato alla realizzazione, non esclusiva, di imprese
sociali. Ma se non fosse un periodo che minaccia continuamente il domani, forse
avremmo festeggiato diversamente il nostro compleanno e questo mi fa dire che la crisi ci
obbliga a ripensare - e a ripescare - ‘beni’ per troppo tempo trascurati. Perché FAB
è anche un processo sociale che concorre allo sviluppo di comunità e che parte
con un evidente ‘vantaggio’: la responsabilità sociale della Cooperativa Itaca.
Spiegare perché abbiamo voluto festeggiare i nostri vent’anni con FAB, è stato dispendioso
quanto progettarlo. Anche se la risposta è semplice quanto ovvia e senza alcuna pretesa di
scientificità (anzi, rimarcando il mio mestiere e vocazione di cooperatrice sociale),
evidenzio alcune dimensioni del progetto che - a mio avviso – meritano grande risalto.
Autopromozione del ruolo della Cooperazione sociale nella società
La mutualità che pratichiamo non è circoscritta agli elementi economici migliorativi rispetto
al Contratto (Ccnl delle Coop sociali) e alle forme di partecipazione dei soci, ma è anche
il riconoscimento del ruolo che diamo alla nostra comunità di riferimento che abbraccia
cittadini e istituzioni.
Itaca, come tutta la Cooperazione sociale, si è sempre occupata di welfare e l’ha fatto
fornendo servizi per rispondere ai bisogni delle fasce deboli (anziani, minori, disabili, …)
e con le fasce deboli, favorendo l’inclusione sociale e tutelando il lavoro. La Cooperazione
sociale è inoltre un modello economico vincente che dobbiamo diffondere e con cui
contaminare tutto il mondo economico.
Oggi però il welfare ha avviato un processo che sembra inarrestabile e che esclude intere
categorie di persone. Mantenere saldi i valori fondanti del mutualismo, continuando a
occuparci di welfare, vorrà dire per il futuro essere capaci di cogliere e rispondere ai
bisogni che sempre più resteranno esclusi.
Il nostro è già un welfare plurale in cui intervengono molti soggetti – pubblici e privati –
che operano come finanziatori ed erogatori di servizi, e dove è sempre più ridotto
l’intervento pubblico. La Cooperazione sociale ha dimostrato in tutti questi anni di
esercitare un ruolo importante, ma è lecito interrogarsi, con la crisi e con la violenta
riduzione degli interventi nell’area del welfare, che ruolo vorranno avere nel futuro le
istituzioni alle quali finora è affidato il protagonismo nelle scelte politiche, sia sul
piano quantitativo sia qualitativo.
Valorizzare la capacità innovativa della Cooperazione sociale
La spinta all’innovazione sociale spesso ci risulta difficile perché costa e i profitti
(sociali s’intende), quando ci sono, si producono nel medio e lungo periodo.
Nei confronti dell’innovazione dobbiamo mantenere un approccio molto pragmatico. FAB è una
sperimentazione che avrà una durata di 24 mesi e che per il momento produrrà solo costi (per
gli spazi e per le risorse che ne assicureranno il funzionamento). FAB si avvale di
collaborazioni scientifiche - come le Università - che ci consentiranno le valutazioni di
esito, e di collaborazioni istituzionali – come Provincia e Comune - che potranno
confrontare i risultati ottenuti con gli attesi bisogni della comunità. Questo
processo è già un modello!
E’ una strategia appena abbozzata per Itaca, ma da processi come questo dipenderà la nostra
capacità di stare nel nostro mercato di riferimento. Nella strategia abbiamo ovviamente
incluso la partecipazione corale di molti soggetti (noi auspichiamo possano esser presenti
tutti quelli che riusciamo ad abbracciare nella nostra comunità di riferimento), sperando
che tutti, soprattutto quelli istituzionali, sappiano esercitarsi in percorsi orientati allo
sviluppo della conoscenza e alla condivisione dei legami. In caso contrario
FAB non potrà funzionare.
E’ una sperimentazione che richiede tempo e convinzione, ed è vincolata a
una capacità di spesa limitata. Nel tempo, processi come questi dovranno (e quindi dovremo)
riuscire ad attivare forme di finanziamento collettivo.
Laboratori sperimentali come FAB, quando non autofinanziati da soggetti del non profit come
Itaca, sono proporzionali alle misure di finanziamento, poche e occasionali. Perciò,
leggiamo con favore l’attenzione dell’attuale governo a possibili specifici interventi di
start-up sociale.
Coinvolgimento, partecipazione e responsabilità della Cooperativa e dei soci nei
processi di sviluppo di comunità
Non mi faccio illusioni sulla capacità economica che una Cooperativa come Itaca possiede,
nemmeno voglio pensare di rinunciare al ruolo (e alla responsabilità) determinante delle
istituzioni pubbliche nelle politiche di welfare, ma come cooperatori non possiamo e
non vogliamo sottrarci alla responsabilità di attivare nuovi modelli e processi che
abbraccino una pluralità di soggetti, pubblici e privati, istituzionali e non,
che insieme dialoghino costruttivamente per rispondere ai bisogni/alle persone altrimenti
escluse. Sappiamo di poterlo fare partendo, non dai nostri risultati economici, ma dai
nostri tanti legami (che alla bisogna possono anche trasformarsi in dati numerici e
misurabili) che possiamo donare alla collettività e, non da meno, dalle nostre convinzioni
all’uguaglianza, alla solidarietà, alla dignità per tutti e quindi al diritto di poter
accedere nel mondo.
Alla realizzazione materiale del progetto hanno già contribuito moltissimi soci che hanno
attivato molti servizi in una moltiplicazione virtuosa di legami.
L’uovo è bello perché restituisce 360 gradi di punti di vista dove, però, il soggetto non
cambia: il benessere della comunità!
Orietta Antonini
17 settembre 2012 in
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Approfondimenti
Penso che FAB sia veramente una cosa creata!
Girando il Paese e occupandomi in gran parte di imprenditorialità sociale ho potuto osservare
varie forme di innovazione sociale che, effettivamente, sta acquisendo
molto risalto anche perché è diventato di moda parlare di innovazione e sempre più parlare
di innovazione sociale.
Ma la cosa che oggi mi rende particolarmente felice è veder restituito all’interno
della Cooperazione sociale il ruolo di spazio generativo dell’impresa sociale.
Mi è capitato recentemente di partecipare ai lavori della task force del ministro Passera sul
tema della start up e, all’interno di un piano di sviluppo che verrà presentato
probabilmente a breve, si sta cercando di creare uno spazio anche per le start up sociali.
Non è stato semplice spiegare all’interno di questo gruppo di lavoro di che cosa si
trattava, perché il mondo dell’economia tradizionale non riesce a capire cos’è la dimensione
sociale che hanno le imprese come la Cooperativa Itaca.
Normalmente si pensa che anche una start up di impresa sociale possa funzionare partendo da
un obiettivo economico, che successivamente produce un’esternalità sociale. Normalmente il
pensiero unico di molti economisti italiani (ma che arriva da lontano) è di pensare che
la dimensione sociale sia un esternalità dell’attività economica.
La Cooperazione sociale dice il contrario, dice che partendo da una
dimensione sociale si produce anche un valore economico e questo penso che sia
l’innovazione più grande; penso che la Cooperativa sociale, prima di spiegare come produce
innovazione sociale, è un esempio in sé di innovazione perché ha cambiato il modo di fare
politiche sociali - deistituzionalizzandole, ed ha cambiato il modo di fare impresa.
Mi ha colpito che abbiate festeggiato i vent’anni inventandovi uno spazio di incubazione e
questo dà l’idea di un’impresa che guarda il futuro; festeggiare vent’anni
creando uno spazio fisico in cui si creano le condizioni per una nuova genia di imprese,
significa veramente guardare e investire sul futuro.
L’innovazione sociale dentro il mondo dell’impresa sociale si tiene insieme per un
particolare valore. Normalmente in economia ci sono due valori che funzionano, il
valore di scambio e il valore d’uso. La cooperativa sociale e FAB sono
innovatori nella misura in cui mettono dentro questo processo un nuovo valore che
cambia tutti gli altri: il valore di legame.
Mettere insieme questi tre valori genera un modo totalmente diverso di fare innovazione.
Con gli stessi elementi, ricombinanti, si genera innovazione. Ecco quindi
che l’innovazione sociale non è un processo, un’alchimia tecnica e tecnicistica, ma non è
altro che mettere il valore di legame, inteso come motivazione e come relazione, all’interno
di una dimensione di scambio. Questa è anche la storia della cooperazione come è oggi la
Cooperativa Itaca.
Tutti processi di innovazione sociale e di imprenditorialità sociale sono modelli reali e non
sono secondi a nessun altro modello di impresa. La parola imprenditore è nata nel 1795 da un
economista francese che diceva che l’imprenditore deve avere tre caratteristiche: essere un
innovatore, non essere avverso al rischio (che in questo momento di crisi ci sia
qualcuno che rischia significa che è un imprenditore ed è un’ulteriore testimonianza che
la Cooperativa sociale Itaca è un’impresa) e avere la capacità di combinare fattori
diversi, la capacità di tenere insieme le persone.
Quindi la Cooperazione sociale è un imprenditore solo che invece di produrre valore economico
produce valore sociale o meglio, producendo valore sociale produce anche valore economico,
da qui per esempio l’occupazione. Va sottolineato quanto la Cooperazione in questo periodo
sia resiliente rispetto all’occupazione e al valore economico generato.
“Tutta la differenza tra costruzione e creazione è esattamente questa: una cosa
costruita si può amare solo dopo che è stata costruita ma una cosa creata la si ama
prima ancora di farle esistere” (Gilbert Keith Chesterton).
Penso che FAB sia veramente una cosa creata!
Paolo Venturi
Direttore di Aiccon
Perché FAB! Un nuovo modo di guardare e costruire il nostro futuro
Dedicato a FAB: “Nella nostra fabbrica ci deve essere libertà: non soltanto perché nella
libertà ci crediamo, ma perché noi siamo un’azienda di inventori e l’invenzione ha
bisogno di libertà”. Adriano Olivetti
La costruzione di FAB è stata un percorso veloce ed entusiasmante che è
venuto da lontano.
FAB nasce da un intuizione di un momento che però ha una sua radice profonda
e matura nel tempo che l’ha preceduta, e che potrebbe riassumersi con la locuzione
“fare Cooperazione”. Ritengo personalmente che fare Cooperazione e più
specificamente Cooperazione sociale oggi, imponga uno sforzo di attenzione costante e
quotidiana sul senso primo e originario del perché si fanno le cose, e su come le stesse
vanno fatte. E questo perché oggi più che mai, forse, le tendenze allo snaturamento di
qualunque tipo di tensione morale e ideologica verso le “necessità” del mercato stanno
portando ad aberrazioni e risultati spaventosi.
Ecco quindi, il primo perché: l’uomo al centro. Il paradosso di questi tempi
è che stiamo vivendo quotidianamente una battaglia feroce contro qualcosa che non
conosciamo. I mercati, l’economia, la globalizzazione, il mio datore di lavoro, il mio
vicino di casa … cosa? La battaglia è aspra e i nostri “comandanti” ci dicono che
per portare a casa il risultato, qualcosa dobbiamo sacrificarlo. Ecco che allora partono i
tagli allo stato sociale, partono i posti di lavoro e i diritti conquistati in anni e anni
di battaglie, le spese aumentano, i servizi diminuiscono, qualcuno deve prendere l’aereo per
emigrare, qualcuno perde il lavoro, … la casa, … ma … , non se ne può fare a meno, “lo
richiede il momento, la congiuntura”. Certo, fatto salvo che ancora non sappiamo
qual è il nostro problema!
Ma allora, se noi non sappiamo qual è il nostro nemico, come possiamo fare? Ce lo dite voi
per cosa dobbiamo lottare per uscire da questo brutto momento? La sensazione forte ed
opprimente è di non essere più responsabili del nostro domani, in quanto i problemi e le
cause sono troppo lontane e grandi da noi perché noi possiamo farci qualcosa, e con essa la
fine della determinazione del nostro futuro, per il quale abbiamo dato una delega in bianco
a qualcuno che non sappiamo più chi è e dov’è!
E così ogni azione è legittimata, ogni scelta scellerata sta nel novero delle possibilità,
ogni costo sociale è qualcosa di difficile da capire ma necessario … Ecco però che allora,
per chi lavora quotidianamente affinché il sistema sia sempre ed in ogni caso al servizio
delle persone, che questa deriva è impensabile ed inaccettabile. Fare Cooperazione sociale è
un po’ come recitare di continuo un mantra con parola “persona”, e mai come oggi questo
esercizio ci fa sentire unici e lontani dalla deriva culturale di questo tempo.
Avere la persona al centro di ogni scelta impedisce qualunque tipo di
compromesso che la veda perdente in relazione alla soluzione scelta, e
soprattutto impedisce qualunque tipo di scelta che non sia coerente e vicina allo sviluppo
della stessa.
Fare impresa traslocando un impianto produttivo all’estero e lasciandosi dietro centinaia di
licenziamenti è impensabile e in totale antitesi con la stessa natura per cui facciamo
impresa. Eccoci allora a pensare che il primo valore da recuperare in questo tempo sono le
persone, e ancor più le persone disoccupate. Storie, professionalità,
capacità, culture che riteniamo costituiscano la più preziosa
risorsa di questo tempo e anche quello su cui noi vogliamo scommettere per il
nostro futuro.
Il secondo perché: siamo un’impresa sociale della Comunità e nella Comunità.
Siamo un’impresa sociale e crediamo di essere una risorsa della Comunità, per la Comunità
nella quale operiamo e cresciamo, in quanto nella stessa Comunità vogliamo restituire valore
e contenuti del nostro sviluppo.
E anche questo è un concetto in netta controtendenza con il nostro tempo. Se nel 1960 moriva
Adriano Olivetti che teorizzava il centro dello sviluppo in una
visione nuova della comunità, di cui fosse parte attiva e responsabile il
tessuto produttivo, ad oggi siamo decisamente lontani da simili “sensibilità”
imprenditoriali. Purtuttavia e sempre da cooperatori, ci risulta abbastanza facile pensare
alla comunità come risposta allo spaesamento provocato dalla globalizzazione e che tutto
quello che quotidianamente costruiamo sia qualcosa di acquisito, non solo per noi stessi, ma
per tutta la comunità. Ecco che allora è sembrato abbastanza coerente con il nostro Dna
ipotizzare che le persone e le loro idee possano essere il motore per un nuovo modo di fare
sviluppo e lavoro che veda però la comunità come suo principale interlocutore e
mercato.
Il terzo perché: crediamo nel lavoro e nella sua funzione di costruire
società. Il nostro scopo associativo mette il lavoro quale pilastro
fondamentale del nostro agire quotidiano e anche in questo senso ci colloca in una posizione
piuttosto particolare nei confronti della nostra quotidianità economica. Certo è che,
lontani da facili celebrazioni che potrebbero aprire a banali retoriche, il tema da
considerare centrale è quello del lavoro e della sua funzione di costruire
società. Il lavoro è innegabilmente uno strumento cardine di emancipazione
sociale di ogni uomo e donna, dietro al quale si nascondono infiniti progetti di vita. E su
questo tema non è quindi superfluo dire che un posto di lavoro a tempo indeterminato non
vale tanto quanto un posto a tempo determinato, o meglio ancora di un contratto a progetto …
Ecco che allora vogliamo sottolineare con forza l’importanza di creare lavoro e
lavoro che sia sufficientemente stabile nel tempo da sorreggere progetti di
vita e di società, attingendo proprio a quel bacino di risorse non impiegate che il mercato
attuale respinge o non sa più vedere e utilizzare.
Il quarto perché: crediamo nel lavoro di rete e nei legami. Siamo stati
abituati, e non sempre senza una certa fatica, a dover ragionare in rete con tutto il mondo
legato ai nostri servizi e alle persone alle quali prestiamo assistenza. Nel tempo però ci
siamo accorti della straordinaria forza di fare rete e soprattutto dell’essere parte di
tutta una serie di legami che sono essi stessi elemento centrale e chiave di un nuovo modo
di fare sviluppo. Certo faticoso, certo complesso ma sicuramente vero, partecipato e
soprattutto responsabile.
Ecco allora che i quattro perché di FAB, se letti assieme, possono
costituire un nuovo modo di guardare e costruire il nostro futuro.
Allontaniamoci il più possibile da questo buio di prospettiva e proviamo ad avvicinarci
anche a qualcosa che si vede e si sente. Uomini, imprese con una forte
responsabilità e senso di appartenenza alla comunità nella quale operano, il lavoro come
progetto di società, e legami forti e virtuosi possono essere quattro elementi
di stravolgimento di un modo oramai spersonalizzato di vedere e interpretare il nostro
futuro.
Ecco allora che FAB ci è sembrato il contenitore capace di esprimere tutti questi perché e
contestualmente l’occasione buona per rompere molti schemi che ci stanno disorientando
rispetto al futuro. Con FAB abbiamo iniziato a guardare al domani in modo così responsabile
da dire: “lo facciamo da soli!”. Forse questo non sarà molto ma penso che potrà aiutarci ad
andare oltre gli egoismi corporativi e i relativismi della politica, e magari ci aiuterà a
ritrovare per un po’ un’identità personale e sociale attorno ad una speranza e a non
spegnere quella parte di assoluto che è in tutti noi.
Massimo Tuzzato
FAB - Faber Academy Box
FAB, nato da un’idea della Cooperativa sociale ONLUS Itaca
di Pordenone, è un luogo di innovazione sociale, uno spazio di incontro e lavoro fra
professionisti provenienti da contesti culturali differenti che vogliano scommettere sul
proprio sapere, concretizzare un’idea in un nuovo prodotto o servizio per la comunità,
grazie al supporto della rete messa a disposizione dalla rete dei partner e dei soggetti
promotori.
Interviste a:
- Leo Tomarchio, Massimo Tuzzato, Orietta Antonini, Christian Gretter (Cooperativa
sociale ONLUS Itaca)
- Alessandro Rinaldi, Manolo Battistutta (DOF Consulting)
- Andrea Paoletti (UUUSHH)
- Massimo Peota (Anålogo)